[FUTURA]
"«Come un battito d'ali di una farfalla possa scatenare un uragano io non ne sono a conoscenza, ma questo significa che anche la minima ed insulsa cosa può cambiare il destino di milioni di persone.»"
Min Haeun, una giovane psicologa di uno...
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«È inaccettabile tutto questo.» Era un sussurro quello che uscì dalle sue flebili labbra, eppure arrivò alle orecchie del ragazzo come uno schiaffo in pieno viso.
«Non è possibile.» continuò, ancora e ancora. Sembrava volesse ricordargli quanto inutile lui fosse, quanto stupido poteva sembrare. Suo padre non lo aveva mai voluto, non aveva mai accettato quella gravidanza e nemmeno aveva mai avuto intenzione di prendersene cura. Eppure sua moglie lo aveva abbandonato, li aveva lasciati da soli, nel silenzio più assoluto, nei più brutali dei casi. Ed entrambi si erano ritrovati a disprezzarsi, ad odiarsi, a non voler più parlare l'uno con l'altro. E sembrava assurdo per lui, tuttavia, non volle mai provare a chiedere spiegazioni. Se lo fece bastare, impresse nella mente che doveva andare così, che infondo, gli andasse bene.
Non c'era niente di sbagliato nell'auto convincersi che tutto ciò andasse bene. Forse era troppo piccolo e stupido per capire che la sua famiglia fosse a pezzi, distrutta, per un qualcosa che lui non riusciva a comprendere, o forse, semplicemente, non voleva farlo.
La sua ignoranza gli bastava.
Si rese conto troppo tardi che, d'altronde, forse era meglio sapere che non conoscere.
Era da egoisti. E lui, a quanto poteva sembrare, lo era.
Si convinse che gli schiaffi che il padre gli dava per un compito non svolto, per una piccola ferita fatta giocando con i suoi amici, o per qualsiasi altra cosa che un bambino semplice e apparentemente normale faceva, per lui era comune.
Credeva che tutti i genitori educassero i propri bambini in quel modo. Perciò quando gli capitava di mostrare qualche livido, non si preoccupava mai di nasconderlo o di non farlo notare. Per lui era normale.
Era normale perfino quando il padre lo cacciava via nella sua stanza senza poter toccare un briciolo di cibo, o quando gli vietava di giocare a nascondino con tutti gli altri bambini.
Aveva otto anni quando gli chiesero per la prima volta cosa fosse quell'ematoma sul viso, il perché portasse i pantaloni lunghi in estate e il perché non avesse amici.
Aveva dieci anni quando un ragazzino burbero e paffuto aveva suonato al suo campanello per chiedergli di giocare.
Gli sembrava strano e assurdo, tant'è che non gli rispose nemmeno e gli chiuse semplicemente la porta in faccia.
Sentì nuovamente il campanello e quando riaprì di nuovo la porta l'espressione sul volto di quel bambino era mutata in una talmente tanto buffa che inevitabilmente lui rise.