𝐋𝐚 𝐧𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢 𝐭𝐢𝐧𝐠𝐞 𝐝𝐢 𝐫𝐨𝐬𝐬𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐥'𝐞𝐧𝐧𝐞𝐬𝐢𝐦𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚. ❄️
Nelle nordiche terre siberiane un macabro segreto è sepolto sotto strati di neve. La Lyutsifer Tsentr sembra essere il fulcro di misteriose sparizioni e supersti...
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L'inferno è vuoto e tutti i diavoli son qui.
William Shakespeare
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Non sapeva dove stava andando, né dove sarebbe andata una volta finita quella situazione. Il sudore le scendeva lungo la schiena nonostante il freddo pungente, ma non era per la fatica. Era una sensazione molto più interna che le faceva attorcigliare lo stomaco: paura? Adrenalina? Non lo sapeva. La sua figura si disperdeva tra la folla, sballottata a destra e sinistra, braccata da corpi automi che le stavano precludendo l'unica possibilità di una vita decente. Ancora una volta, nell'arco di pochi minuti, si era ritrovata a correre con il cuore in gola e le mani sudaticce.
«Sta attenta a dove vai, sgualdrinella», l'uomo raccolse i suoi scatoloni, che Ania aveva fatto cadere nell'urtarlo. Incroció il suo sguardo burbero e l'odore dell'alcool le invase le narici, continuó a correre. «Bevi meno, coglione!» urlò. L'eco della sua voce si disperse nel tunnel sotterraneo della stazione. Le sembrava infinito, uno stretto cunicolo dalla luce fioca e giallastra.
Iniziò a salire le scale che conducevano fuori, verso l'uscita. Sentì un improvvisa fitta alla caviglia e cadde in ginocchio sugli scalini. Piegò la testa all'indietro, facendola scontrare con il corrimano in ferro, e respiró quell'aria d'inizio dicembre; il suo fiato si condensó nella foschia notturna. Guardò la strada davanti a sé e si morse un labbro. Sentì subito il sapore ferruginoso del sangue caldo bagnarle la bocca, in netto contrasto con il freddo che percepiva in quel momento.
Sul marciapiede c'erano due ragazzi, probabilmente di una decina d'anni in più di lei. Parlottavano e fumavano una sigaretta, ispirando ed espirando la nicotinana, creando dei cerchi di fumo perfetti. Si bloccarono non appena videro Ania andare verso di loro con lunghe falcate. «Vi prego, mi serve un passaggio.» La voce le tremava, un po per il freddo, un po per l'agitazione. I due la guardarono perplessi. Uno di loro era pieno di tatuaggi in faccia, svettava decisamente sull'altro, fumó un'ultimo tiro e schiuse le labbra: «Ma noi non ce l'abbiamo». Una nuvola di fumo grigio investì Ania in pieno viso, facendola tossire. «Già, siamo venuti in taxi.» Ania fece due passi indietro, incespicando sul marciapiede. Il suo sguardo prese a vagare frebilmente per la strada, posandosi su ogni singolo individuo. L'asfalto era umido, colmo di rimasugli di neve sporca, le persone si mischiavano alle ombre, che camminavano su di essa senza lasciare traccia.
«Tutto bene? Sei sconvolta», le guardò le labbra, «hai del sangue lì.» Ania si leccó istintivamente in quel punto: c'era una piccola ferita tra le pellicine. «No, non sto bene... mi stanno seguendo. Devo andare via di qui!» urlò a denti stretti. L'altro ragazzo fece un passo avanti: «Chi?» «Un... il mio ex», guardò l'uomo dritto negli occhi, sperando di poter apparire credibile. In fondo era sempre stata brava a teatro. «Chiamiamo la polizia.» Ania spalancó gli occhi. «No! La polizia no», urlò e scosse la testa. Il ragazzo tatuato le si paró davanti con i palmi delle mani rivolti verso di lei. «Ok, va bene... ti chiameremo un taxi.» I due si guardarono di sbieco e Ania si sedette sul muretto di fianco a loro. «Grazie,» sussurró, «Io sono Ania... voi?». «Maksim», disse il ragazzo tatuato e indicò l'amico. «Daniil.»