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Non riesco a risponderle, il vuoto sta risalendo verso la mia bocca. Vomito il cornetto sulle scarpe della ragazzina che fa un balzo indietro, disgustata. La folla intorno a me si dirada, il vagone sembra all'improvviso più spazioso. Vomito di nuovo, l'odore acre dei succhi gastrici pervade l'ambiente, il mio vomito comincia a scivolare sul rivestimento in plastica.
Rialzo lo sguardo, tutti mi fissano.
Un uomo cerca di avvicinarsi, sta per dirmi qualcosa quando la metropolitana si ferma spingendomi verso il centro, proprio in prossimità delle porte che si aprono mostrandomi la fermata. La mia fermata.
Balzo fuori con uno scatto. Frugo nella tasca della giacca e recupero il fazzoletto di mio padre, quello che mi aveva regalato al mio primo colloquio di lavoro, e mi ripulisco la faccia. Mi avvio per la scala, risalgo in superficie e corro verso l'uscita. Sono le 8:45, il mio colloquio è fissato per le 9:00. Ho solo 15 minuti per arrivare al palazzo, salire verso l'ufficio e informare la segretaria del mio arrivo. Con la valigetta stretta tra le mani, comincio a correre lungo via Ranuncolo, in direzione del palazzo specchiato, proprio al centro di Piazza Civico. Sento il sangue sgocciolare nei miei calzini. Corro con tutte le forze che ho in corpo e arrivo al palazzo alle 8:53. Salgo le scale a tre a tre, sforzandomi di non urlare dal dolore, e arrivo al desk della reception alle 8:57.
Ce l'ho fatta!
La ragazza al di là del bancone si girà verso di me, sorpresa.
"Come posso aiutarla?".
Oltre al sangue, anche il sudore comincia a scivolare sulla mia pelle, giù dalla schiena e dalla fronte stempiata, testimonianza dei miei 55 anni.
"Sono qui per il colloquio".
"Abbiamo soltanto una candidatura da stagista" risponde lei.
"Esatto", le dico.
I suoi occhi mi squadrano, alla ricerca della mia storia, della mia età. Poi sembra convincersi. Fruga sotto la scrivania, mi passa un badge e mi dice "prego, si accomodi".
Mi giro verso la sala piena di giovani candidati, sono sui 20, al massimo 30 anni. Alzano lo sguardo tutti insieme e lo riabbassano tutti insieme, come automi. Supero qualche ragazza intenta a leggere degli opuscoli e mi siedo all'unica sedia libera. Il bruciore è arrivato allo stomaco, ma non riesco a capire se sia per colpa del cornetto o se sia in procinto di beccarmi una bella influenza.
Appoggio la cartellina a terra e mi accascio sulle ginocchia per recuperare le forze. In quel momento un ragazzo comincia a fissarmi la caviglia.
"Signore, lei sta sanguinando".
Il calzino verde è ormai diventato scuro e grumoso. Mi alzo di scatto per raggiungere il bagno. Sento la gamba pulsare. Abbasso i pantaloni e balzo all'indietro, aderisco alla porta cercando di scappare dal mio stesso corpo. La ferita si è allargata, è arrivata all'altezza del gluteo, si intravedono i miei tendini lacerati. Il conato di vomito torna a farsi sentire in gola, ma cerco di darmi un contegno. Mi precipito in direzione del water per recuperare della carta.
"Non posso pensarci adesso", continuo a ripetermi questo.
Avvolgo la gamba con la carta igienica e mi rivesto, pronto ad affrontare il mio colloquio di lavoro.
Esco dal bagno giusto in tempo. La segretaria mi chiama, è arrivato il mio turno. Entro nella sala riunioni e mi siedo sulla sedia, dolorante. Non c'è ancora nessuno. Appoggio la cartellina sul tavolo e recupero tutti gli articoli scritti in quasi 30 anni di carriera. Mentre li sto posizionando sul tavolo, entra un uomo sui 40 anni, alto e slanciato, capelli castani perfettamente curati. Si chiude la porta alle spalle e si aggiusta la giacca blu, in completo con i pantaloni classici. Si gira verso di me e mi tende la mano.
"Lei deve essere il signor Castillo".
"Piacere di conoscerla".
"Fasano. Rosario Fasano. Piacere mio" e si accomoda alla sedia di fronte alla mia.
Poggia sul tavolo un fascicolo con una penna e fa cadere l'occhio sugli articoli sparpagliati sul tavolo. Poi alza lo sguardo.
"Conosco i suoi articoli, quando abbiamo ricevuto la sua candidatura in molti hanno cominciato a parlare di lei in ufficio".
"Ne sono lusingato" e penso di avere quel posto di lavoro già in pugno.
"Non sia frettoloso", dice. "Non sempre le voci che girano su una persona sono positive".
Abbasso lo sguardo verso gli articoli e intravedo una fotografia. Una collina che si staglia su di un fiume. Comincio a recuperare i pezzi, a mettere insieme i tasselli del puzzle.
"Un suo articolo ha destato scalpore. Ancora oggi si indaga su come lei abbia fatto a descrivere i particolari di quell'omicidio in maniera così dettagliata. Proprio per questo è stato licenziato dal suo giornale, stavano indagando su di lei, giusto?".
La ragazza sulla collina, quella senza iridi, senza occhi. L'ho solo sognata, giusto? Si tratta soltanto di un incubo.
"Stanno ancora indagando?", continua.
Un sogno. Solo un sogno.
Alzo la testa nella direzione dell'uomo e sento una forza improvvisa attraversarmi lo sterno, spezzarmi le costole. L'uomo mi fissa, i suoi occhi sono vuoti, bianchi, non hanno iridi, non hanno pupille. Voglio muovermi ma non riesco neanche più a respirare, i polmoni sono pieni di acqua, il cuore sta per pulsare un'ultima volta. Il sangue, tutto quel sangue, ora si sta riversando sul pavimento in parquet dell'ufficio e comincia a scivolare giù, come se il palazzo si stesse all'improvviso capovolgendo. Diventa tutto sbiadito, offuscato, poi si rabbuia tutto.
Il silenzio sembra quasi assordante. Il dolore è sparito all'improvviso, ma la sensazione del sangue, quella sensazione di liquido caldo e appiccicoso non mi abbandona. Lo sento sulle gambe, sulle mani, ora anche sul volto.
Mi sveglio bruscamente e mi rendo conto di non essere più nell'ufficio, di essere sdraiato su dell'erba umida, sopra di me gli alberi si levano verso le stelle alte nel cielo. Mi sollevo facendo forza sui gomiti e mi raddrizzo, piantandomi al suolo sulle natiche. Ho freddo e mi accorgo di essere nudo e cosparso di sangue. Sangue non mio.
Balzo in piedi, il cuore mi batte forte. Non riesco a capire dove mi trovo, poi vedo il fiume poco lontano da me. Il volto della ragazza diventa nitido e chiaro. La riconosco. Sta lì, immobile, sul ciglio del fiume.
Mi avvicino, consapevole di quanto successo. Il suo corpo è lacerato dagli artigli. Un lungo e profondo graffio parte dal suo polpaccio destro e risale fino alla schiena. Un altro ancora più profondo le lacera il petto, le costole sono spaccate, lì dove un tempo c'era il cuore. Il volto è tumefatto, le orbite vacanti.
Sento lo stomaco ribellarsi, il vuoto farsi spazio nelle viscere e il vomito risalire lungo la gola. Vomito la paura, il dolore e la consapevolezza. Poi la vedo. Immobile. Gelida.
La luna piena sopra di me, sopra il corpo raggrinzito dell'uomo che sono e di quello che da quel momento non sarò mai più.
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Quello che sono stato, quello che sono
Mystery / ThrillerC'è una linea sottile che divide la realtà dai sogni, Castillo se ne rende conto durante una frenetica giornata di una vita come le altre che finisce per tramutarsi in un oscuro segreto con cui dovrà fare i conti per sempre.
