Quattro atti, quattro vite, quattro donne. Quattro danze che si intrecciano, lievemente e ferocemente. Quattro corpi amati e odiati. Un po' più di quattro amanti, condivisi o esclusivi, rifiutati o desiderati. E poi figli, e padri, e madri, che si i...
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12.
Entrando timidamente dalla porta d'ingresso, una delle prime cose che avevo pensato è che fosse proprio una casa da borghesi: un ampio open space, divani coperti da teli multicolore, un caminetto, un pianoforte, delle maschere africane messe in bella mostra sui ripiani della libreria. Era questo, dunque, l'ambiente in cui tornava a casa ogni giorno Alessandro, e a me, all'inizio, era rimasto estremamente difficile immaginarmelo seduto su quei divani, scalzo, magari a leggersi un libro con un CD acceso in sottofondo. Pensavo: «Certi esseri umani riusciamo a farli vivere solo in certe dimensioni; se cerchiamo di ricollocarli in un ambito di normalità, perdono di consistenza». E infatti per me Alessandro, come ogni individuo occupante un qualche ruolo istituzionale, cessava di vivere quando usciva dall'aula magna dove ci faceva lezione: da quel momento in poi diventava un fantasma di se stesso, un'ombra che inseguiva la sua vera essenza, vale a dire quella del Professore. «Probabilmente invece» mi dicevo osservando i posacenere poggiati su un tavolo in legno massiccio, i numerosi post-it attaccati a una lavagnetta, le foto –come nel più classico del classici- affisse sul frigorifero che lo ritraevano insieme a una bella donna e un bimbo di qualche anno «è il Professore l'ombra che rincorre l'Alessandro uomo, che ogni volta che entra in facoltà si sforza di indossare un paio di panni magari troppo stretti, e che è, chiaramente, se stesso solo quando questi panni può toglierseli di dosso e fumare in pace su questo balconcino stretto, che si vede da qui, dalla sua tana». Era ovvio che mi dovessi arrendere all'evidenza che il professor Barbini, alla fine, non fosse che un uomo come un altro: conduceva una vita come tutte le altre, aveva una moglie come tutte le altre, un figlio come tutti gli altri e una casa come tutte le altre, con le sue inutilità, bruttezze, punti di forza, angoli intimi e cianfrusaglie. Come tutti pagava le tasse e le bollette, andava in vacanza al mare in estate, in settimana bianca in inverno, riceveva telefonate pubblicitarie e faceva il genitore come tutti i genitori fanno, e cioè in maniera empirica. La casa era vuota, completamente vuota. Le luci erano tutte spente, entrava soltanto il bagliore flebile dei lampioni, dalla finestra che dava sul balconcino, e un sottile fascio giallastro dalla porta socchiusa di una stanza in fondo al corridoio. Davanti a quella stanza sostava in piedi Alessandro, sigaretta in bocca, mani in tasca ed espressione contrariata. Indossava gli stessi vestiti di poche ore prima –non doveva essere rincasato da troppo tempo. Non riuscivo a fare un gran che, se non starmene ferma con l'agenda stretta in entrambe le mani, a mo di scudo, e pensare che forse ero destinata a rivivere sempre le stesse situazioni con quell'uomo –lui seduto alla scrivania del suo studio e io immobile davanti alla porta, lo stesso terrore pietrificante, la stessa impressione che potesse mangiarmi da un momento all'altro. «Chi ti ha dato il mio indirizzo?» mi aveva chiesto senza troppi preamboli. Mi ero avvicinata e gli avevo allungato sia l'agenda che il rimasuglio della vecchia busta. «Stava scritto qua» avevo aggiunto «tranquillo, non lo sa nessuno che sono qui adesso». Alessandro aveva guardato con sospetto il foglietto, stringendo il più possibile gli occhi. Poi aveva accennato un sorriso, scuotendo la testa, e uno sbuffo di fumo era fuoriuscito dagli angoli della bocca. Con un gesto rapido aveva accortocciato il foglietto e se l'era infilato in tasca. Poi aveva appoggiato l'agenda su un comodino immerso nella penombra, adiacente al muro, e infine mi aveva rivolto un lungo sguardo. «Lo sai che non dovevi venire qua?» mi aveva domandato col tono di chi in realtà non si aspetta alcuna risposta. Avevo annuito, a testa china. Alessandro mi aveva studiato in silenzio per qualche secondo. Non riuscivo a capire se fosse veramente arrabbiato, perchè si limitava a fumare la sua sigaretta con una calma irreale. «Si può sapere cosa ti sei messa in testa?» mi aveva infine chiesto, stavolta aspettandosi una risposta logica o per lo meno comprensibile. «Niente» avevo risposto «volevo solo restituire l'agenda». Alessandro aveva incrociato le braccia con un gesto di stizza. «Questo l'ho capito» aveva esclamato «ti sto chiedendo cos'hai veramente intenzione di fare». Il modo in cui aveva pronunciato quel veramente, in cui aveva troncato sul nascere ogni mio tentativo di dirottare la conversazione per evitare di arrivare al punto –invece no, arriviamoci subito, non perdiamo tempo-, mi aveva fatto avvertire per la prima volta i venticinque anni che ci separavano. Mai mi ero sentita cretina come in quel momento per aver creduto di poter giocare ad armi pari. Era inutile usare sotterfugi, parlare per figure retoriche, fare mosse calcolate; Alessandro sapeva già tutto, chissà quante altre volte si era già trovato in situazioni simili. Con lui andavano dette le cose come stavano perchè, intuivo solo in quel momento, certi esercizi di stile –il corteggiamento, i tira e molla, i dico-non dico-, non se li poteva più permettere. E forse nemmeno gli interessavano: sono i giovani ad essere innamorati dell'amore; gli adulti, al massimo, si prendono una cottarella per qualche loro simile. In ogni caso gli avevo detto che non capivo a cosa stesse alludendo, che si stava immaginado tutto lui, che veramente volevo solo restituire l'agenda, perchè ero una persona educata. Ma anche se mi sforzavo di apparire spontanea, ogni mio movimento era calcolato, ogni contrazione muscolare era prevista, ogni parola che usciva dalla mia bocca era pensata attentamente, ogni risatina stupida veniva fatta a un intervallo ben preciso, per non sembrare nè eccessivamente civettuola, nè eccessivamente distaccata: dovevo essere normale.
Alessandro mi aveva lasciato parlare, forse per gentilezza, forse per non infierire ulteriormente. Poi, dopo aver spento il mozzicone della sigaretta su un posacenere, aveva sentenziato: «Mi fa piacere sentirtelo dire, perchè quello che è accaduto tra noi non deve più succedere».
Io ero rimasta immobile, non ero nemmeno riuscita a guardarlo.
«A questo punto preferisco parlarne a voce. Da adulti, intendo» aveva continuato «soprattutto se vogliamo continuare ad avere un rapporto lavorativo non inquinato» –aveva detto proprio così: non inquinato, come se potessi essere una sostanza nociva, un rifiuto tossico. «Lo so» era poi andato avanti «fondamentalmente è colpa mia, per tutto. Non so che mi è preso. Però» e mi aveva mostrato l'anulare «sono sposato e ho un figlio che ha pressappoco la tua età. Capisci, potrei essere tuo padre».
A quelle parole avevo alzato la testa incrociando il suo sguardo per la prima volta: l'avevo visto arrossire e grattarsi il collo in maniera imbarazzata. «Io non sono così, Lidia. Io non sono questo» e nel dirlo si era battuto vigorosamente le mani sul petto, con fare drammatico «io sono una persona seria». «Anch'io sono una persona seria, professore» avevo detto interrompendolo. Probabilmente aveva creduto di avermi ferito, perchè aveva iniziato a borbottare cose come: «Ma certo, sei seria, lo so, lo so benissimo. Anzi, sei una donna in gamba, la studentessa più in gamba che abbia mai conosciuto: sei intelligente, sveglia, intuitiva, spiritosa, bella –posso dirlo senza che ti imbarazzi? Perchè sei sinceramente e onestamente bella. Ed è illogico, sì, illogico, che una ragazza che ha tutta la vita davanti, come te, possa fare una sciocchezza del genere: hai di fronte una luminosa carriera, non sai quante strade ti si apriranno dinnanzi agli occhi e puoi percorrerle tutte; e non è una tua responsabilità, sono io –io- che ho il dovere di non farti fare cose stupide, che ho il dovere di far sì che tu possa sbocciare e pensare alle cose che veramente contano nella vita, per cui vale la pena spendere del tempo. Passare un'intera esistenza con qualcuno: è questo che la maggior parte dei tuoi coetanei cerca, no? Lo capisco, ma ci sono infinite opzioni assai più luminose; non precludertele, soprattutto non per colpa mia». Mentre bofonchiava, con crescente agitazione, sia io che lui, avevamo sollevato lo sguardo. E ci eravamo trovati entrambi imbarazzati, impacciati, fuori luogo: lui coi suoi capelli brizzolati, gli occhiali –fuori moda- da presbiopia e le rughette attorno agli occhi; io coi miei capelli bruni, sfacciatamente luminosi, lunghi fino a metà schiena e gli occhiali –alla moda- da miopia. Era uno scenario pericolosamente instabile. Ecco, io non so cosa possa essere successo, quale parola, o gesto, o emozione, possa avermi smosso; quale camera possa essersi svelata nel mio panorama cerebrale. A pensarci adesso mi viene solamente da chiedermi: «Ma cosa credevi di fare?». In futuro lui me l'avrebbe anche domandato: «Ma perchè l'hai fatto? Cos'è che hai visto in me?». E io avrei risposto, sostenuta dall'immagine idealizzata che avevo di lui e di quell'amore: «Tutto». Ma allora, in quell'istante, in quella penombra, in quell'atmosfera pesante, Alessandro non rappesentava ancora niente per me, se non l'intrigante possibilità di andare a letto con un seducente accademico di mezza età; allora, semplicemente, mi era sembrato che l'unica cosa giusta che potessi fare, nonostante la ramanziana appena riceuta –anzi, forse soprattutto per la ramanziana appena ricevuta-, fosse baciarlo di nuovo. E l'avevo fatto.
[L'immagine è tratta da Il sol dell'avvenire, Nanni Moretti]